Sono in ospedale.
Fuori c'è il sole e io sono in ospedale.
Per la precisione fuori dalla stanza di mio padre perché al suo compagno di stanza, che non cagava da mercoledi, hanno dovuto fare una peretta per permettergli di "evacuare"...si dice così in termine medico. "Ha evacuato oggi?" - "oh si grazie, e lei?"
Se ne potrebbe fare una rubrica.
Insomma me ne stavo in corridoio a leggere un libro comprato oggi stesso appena arrivato alla stazione di padova quando nel giro di pochi minuti ben due infermiere dallo spiccato accento veneto si fermano di fianco a me e mi chiedono: "cosa leggi? No perché sembri molto preso da questo libro. Sai io sono attratta dalle copertine e questa me piase".
Me piase, proprio così.
Effettivamente una pecora sulla copertina di un libro può destare molta curiosità (certo, mai come le pecore in un appartamento o su un braccio di ragazza).
La prima infermiera, robusta, con i capelli di steven segal e con dell'accenno di barba sul mento ha voluto segnarsi il nome. La seconda, qualche minuto più tardi, con le mani ancora sporche di merda del signor compagno di stanza, quasi mi guardava come fossi un alieno. Uno sciamano che stava eseguendo un rito propiziatorio all'interno del suo reparto.
Un saltimbanco capace delle migliori acrobazione. Sul suo viso c'era un misto tra la gioia di vedere un ragazzo leggere e l'incredulità nel vedere un essere umano ancora capace di farlo.
Questo mi ha portato alla memoria quando avevo qualche anno.
Non andavo ancora alle elementari e già adoravo vestirmi da pecora alle recite dell'asilo.
Ero in salotto con mia mamma e una vicina di casa.
"Leggi qui", mi ordinava lei sorridente e curiosa di sentirmi emettere la parolina corrispondente a quelle tre lettere stampate su un volantino.
"Dai, leggi qui, sono solo tre letterine", aggiungeva.
"Dai francesco, lo so che sai leggere", la aiutava mia madre.
"Neo".
C'era scritto "neo".
Ma dissi che non sapevo leggere.

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