la mia stanza da letto sembra esplosa.
l'altro giorno è venuto mio cugino ospite da me e la stanza è esplosa.
tira dentro i vestiti dallo stendino.
tira fuori le lenzuola per lui.
apri il divanoletto futon del cazzo col materasso pesante 23 chili.
aggiungici che qui per lavorare bisogna per forza essere amici di qualcuno e non basta il culo che ti sei fatto per imparare a fare quello che fai, magari meglio di altri.
ecco, unendo tutte queste cose capita che ti giri il cazzo.
tra l'altro sono due ore che sto cercando di aprire quel maledetto libro di storia per studiare ma non riesco. quindi sfoglio le gallerie fotografiche di repubblica.
ma non riesco cmq a non pensare che si debba essere per forza amici di qualcuno per lavorare decentemente.
gianluca dice che funziona così.
eh lo so che funziona così, bella scoperta. ma che tristezza.
alla fine è questa la mafia. non mettiamoci a cercare troppo in alto.
berlusconi
dell'utri
topogigio
riina.
sono solo nomi.
che ci rovinano la vita, d'accordo...topogigio mi ha fatto capire quanto sfortunato fossi nel gioco fin da piccolo.
ma non sono i soli.
bisogna guardare le cose più piccole.
oggi in una mail ho scritto che la mafia bisogna cominciare a combatterla partendo dal proprio panettiere di fiducia.
a distanza di ore sottoscrivo.
bisogna partire dal singolo uomo sbagliato.
cambiare le menti. mente per mente. individuo per individuo.
è un lavoro improbabile.
difficile.
se penso poi che il mio panettiere è un supermercato intero mi prende lo sconforto.
mercoledì 21 ottobre 2009
sabato 5 settembre 2009
Dottore dottore ho un problema, sono basso.
...e quindi mi son detto "non può venirmi da vomitare in ogni ospedale in cui metto piede, non ha senso". E forse non aveva senso per gli altri,ma per l'ospedale di padova la cosa aveva senso eccome.
Per trovare il reparto in cui deve essere tenuto mio padre ci ho messo mezz'ora. Più altri dieci minuti per capire quale fosse l'ala del palazzo giusta. Appena incontrati i miei ho esclamato: "ma che ospedale di merda",abbastanza ad alta voce da farmi sentire. E mia mamma ha replicato dicendo: "si,è proprio un ospedale di merda. Ho capito dopo a cosa si stesse riferendo...e lugubre è un aggettivo fin troppo buono per definire l'ospedale di padova. Fin troppo pieno di studenti galvanizzati dal camice. Pronti a scoparsi la loro prima conquista nello sgabuzzino e speranzosi di farsi venire una qualche disfunzione al quadricipite per poter andare anche loro in giro col bastone. In poche parole se quello è un ospedale, io in questo momento sono sul red carpet di venezia a fare il solletico a nicholas cage e a scherzare con scorsese sui preti di oggi.
Mi ha schifato, angosciato e demoralizzato, quel posto. Più che quel posto mi ha demoralizzato vedere le facce di chi cura le persone. Facce a cui non chiederei nemmeno le indicazioni per arrivare in centro a padova. Purtroppo però quando ho chiesto indicazioni al signore della foto ancora non avevo focalizzato questo pensiero.
Ma gli ho voluto solo chiedere dove fosse la macchinetta per prendere l'acqua, niente di complesso.
"Ah ma tanto adesso arriva la cena e danno anche l'acqua", mi ha risposto. Mi spiace non poter rendere a parole il suo modo di parlare, altrimenti anche voi,come ho fatto io, strabuzzereste gli occhi.
Ho dovuto insistere per avere l'informazione che mi ha spinto fuori dall'edificio, fatto fare il giro dello stesso per poi farmi imboccare l'entrata posteriore del medesimo ("l'entrata vicino ea ciesetta") dove si trovavano le agognate macchinette. In pratica ho fatto il giro dell'isolato,chiamiamolo così, quando bastava dire semplicemente di andare al primo piano..con l'ascensore tra l'altro...
Per trovare il reparto in cui deve essere tenuto mio padre ci ho messo mezz'ora. Più altri dieci minuti per capire quale fosse l'ala del palazzo giusta. Appena incontrati i miei ho esclamato: "ma che ospedale di merda",abbastanza ad alta voce da farmi sentire. E mia mamma ha replicato dicendo: "si,è proprio un ospedale di merda. Ho capito dopo a cosa si stesse riferendo...e lugubre è un aggettivo fin troppo buono per definire l'ospedale di padova. Fin troppo pieno di studenti galvanizzati dal camice. Pronti a scoparsi la loro prima conquista nello sgabuzzino e speranzosi di farsi venire una qualche disfunzione al quadricipite per poter andare anche loro in giro col bastone. In poche parole se quello è un ospedale, io in questo momento sono sul red carpet di venezia a fare il solletico a nicholas cage e a scherzare con scorsese sui preti di oggi.
Mi ha schifato, angosciato e demoralizzato, quel posto. Più che quel posto mi ha demoralizzato vedere le facce di chi cura le persone. Facce a cui non chiederei nemmeno le indicazioni per arrivare in centro a padova. Purtroppo però quando ho chiesto indicazioni al signore della foto ancora non avevo focalizzato questo pensiero.
Ma gli ho voluto solo chiedere dove fosse la macchinetta per prendere l'acqua, niente di complesso.
"Ah ma tanto adesso arriva la cena e danno anche l'acqua", mi ha risposto. Mi spiace non poter rendere a parole il suo modo di parlare, altrimenti anche voi,come ho fatto io, strabuzzereste gli occhi.
Ho dovuto insistere per avere l'informazione che mi ha spinto fuori dall'edificio, fatto fare il giro dello stesso per poi farmi imboccare l'entrata posteriore del medesimo ("l'entrata vicino ea ciesetta") dove si trovavano le agognate macchinette. In pratica ho fatto il giro dell'isolato,chiamiamolo così, quando bastava dire semplicemente di andare al primo piano..con l'ascensore tra l'altro...
Ma questa è la gente che salva le vite...gente seduta in corsia a guardare il cellulare, a dare pacche sulle spalle ai pazienti e indicazioni complesse a chi sta bene. Il tutto con delle scarpe che dicono molto di quella persona...perchè per una persone, le scarpe sono come i denti...ma di questo ne parlerò prossimamente...eccome se ne parlerò...
giovedì 27 agosto 2009
la buona azione di agosto

vedete questa signora?
la foto è sgranata, buia, mossa...
ma poco importa. questa signora morirà.
è vecchia, morirebbe comunque prima o poi.
ma credo morirà domani.
anche io potrei morire domani...investito da una macchina
accoltellato da un ladro
di laucemia fulminante
overdose anche se non mi drogo
coma etilico
starnuto troppo forte
infarto.
ma queste sono tutte fatalità che domani con ogni probabilità non si realizzeranno.
tra qualche anno magari. ma non domani.
per la signora della foto invece è una certezza.
domani non ci sarà più.
faceva freddo nell'autobus, tanto freddo...soprattutto al posto della signora, proprio sotto il bocchettone dell'aria fredda.
era mio quel posto fino a qualche minuto prima. poi lei è salita e gliel'ho ceduto.
parlava di una lauta cenetta con amici...credo non la digerirà...
martedì 21 luglio 2009
È l'alba.
È l'alba a varese. Il divano del mio amico sarebbe pure comodo se dentro il mio corpo non ci fossero degli spigoli troppo accuminati che non mi fanno dormire.
Sta salendo il sole. Mi sento sempre un po'in colpa quando vedo sorgere il sole. Dev'essere una reminiscenza del passato o forse il fatto che so che il mio corpo anche questa notte non riposerà adeguatamente. Ma del passato e del corpo non mi interessa tanto da sentirmi in colpa quindi non so.
Il sole sorge ancora di più a varese. Fra poco mi darà fastidio.
E il Sonno forse arriva. Con calma certo, mica ho fretta.
Sonno, arriva con calma per favore. Io intanto penso. Ho talmente tante cose a cui pensare...ma non le dico, potrebbero suonarvi tutte stupide...
Sta salendo il sole. Mi sento sempre un po'in colpa quando vedo sorgere il sole. Dev'essere una reminiscenza del passato o forse il fatto che so che il mio corpo anche questa notte non riposerà adeguatamente. Ma del passato e del corpo non mi interessa tanto da sentirmi in colpa quindi non so.
Il sole sorge ancora di più a varese. Fra poco mi darà fastidio.
E il Sonno forse arriva. Con calma certo, mica ho fretta.
Sonno, arriva con calma per favore. Io intanto penso. Ho talmente tante cose a cui pensare...ma non le dico, potrebbero suonarvi tutte stupide...
Capirete...forse. Pace, altrimenti.
Tu intanto, Sonno, dammi altri dieci minuti se puoi.
venerdì 10 luglio 2009
Non ti sei fatto male, vero?
Questa è la storia di un bambino che andava sempre al parco. Ogni giorno.
Da principio ce lo portava la madre. Quando era troppo piccolo per andarci da solo s'intende. Le sue giornate erano sempre uguali. non amava giocare con gli altri bambini, che pure lo invitavano ad unirsi a loro. Gli piaceva stare con la madre, sulla panchina. A farle domande su questa o quell'altra cosa che lo incuriosiva.
Arrivato il momento più adatto per andarci da solo, il piccolo non si cimentava in nuovi passatempi. Gli bastava sedersi su una panchina, sempre la stessa, per essere tranquillo e sereno.
Ciò che vedeva dalla sua panchina, perchè ormai la considerava di sua proprietà, era sempre lo stesso scorcio di città. Due palazzi non troppo alti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Quest'ultimo era un albergo di lusso e segretamente il piccolo moriva dalla voglia di andare a passare qualche giorno lì dentro, da solo. La sua stanzetta era molto piccola, quindi si può comprendere quanto attraente fosse per lui l'idea di passare una notte in una stanza enorme, all'ottavo piano magari, dove poter saltare sul letto e giocare senza doversi preoccupare degli strilli della madre.
I due palazzi erano un po'distanti tra loro e in mezzo lasciavano spazio ad un pezzo di cielo in mezzo al quale passava una serie infinita di aeroplani. Un traffico comprensibile vista la vicinanza con l'aeroporto nazionale. Quegli aerei instillavano in lui una gioia incredibile. La tipica gioia del sognatore...
Più che gioia è definibile come "infinita voglia di esser lì tanto da credere di esserci". Lo so, è una definizione piuttosto lunga ma non me ne viene una più sintetica. Passava ore a guardarli volare. Uno dietro l'altro. Si chiedeva come fosse possibile che seguissero tutti la stessa identica traiettoria, come se fossero posati su binari invisibili. La cosa lo affascinava e allo stesso tempo annoiava anche. Per questo cominciò a fantasticare sulla possibilità che quegli aerei potessero esplodere. Non era un'idea nata dal nulla, sia chiaro. Questo avrebbe fatto di lui un piccolo malato di mente altrimenti. È sbocciata questa fantasia nel suo cervello dopo aver sentito al tg la notizia di un concorde esploso in volo sulla tratta parigi-new york. Aveva appreso anche che i primi e gli ultimi 5 minuti di volo sono quelli più pericolosi, quindi non gli sembrava poi così lontana l'idea che uno di quegli aerei che vedeva ogni giorno al parco potesse effettivamente esplodere. Da quel momento in poi non staccava gli occhi da ogni singolo aereo che passava per quel breve tratto di cielo visibile.
"Esplodi esplodi esplodi esplodi", ripeteva a se stesso. Era un modo per concentrarsi. Che disgrazia sarebbe stata se si fosse perso l'esplosione, distratto da qualcosa. Una frazione di secondo di disattenzione voleva dire rischiare di perdere un evento irripetibile e questo lui non se lo sarebbe mai perdonato.
Capitò che cominciò ad avere problemi guardando gli aerei. Li vedeva male. Gli sembravano meno definiti. Con i bordi offuscati quasi. Dovette comprarsi gli occhiali. Non ne era entusiasta ma la madre riuscì a convincerlo.
Come sempre al parco, vicino a lui giocavano a pallone i suoi amici di sempre. Quelli che anni prima cercavano di coinvolgerlo nelle loro attività ludiche senza riuscirci. Il tempo insegna e quindi ora nemmeno ci provavano più. Si limitavano a salutarlo. A volte a chiedergli come procedesse la sua giovane vita. Ma non di più perchè più di quello non potevano ottenere. Erano mesi che il bambino guardava in cielo, fissando con attenzione ogni aereo che passava. Nessuno di questi era mai esploso e nessuno aveva mai evitato il suo sguardo.
Gli altri bambini, vedendolo con degli occhiali sul volto non si fecero scappare l'occasione di prenderlo bonariamente in giro. Con una certa freddezza, quasi come a dire "dobbiamo prenderti in giro perchè hai gli occhiali nuovi, è il dovere di ogni bambino, ma non è che ci entusiasmi molto farlo".
Infatti il bambino non dava molta soddisfazione agli altri. Ascoltava disinteressato e non reagiva.
Gli aerei continuavano a passare. A lui piacevano molto quelli grandi, i boeing. Erano quelli che pareva andassero più lenti e pensava che se fosse esploso uno di quelli avrebbe fatto un botto ben più grande del concorde della tv. Ed eccolo li. Un boeing bellissimo tutto colorato che attraversa il pezzo di cielo tra l'albergo e l'altro palazzo. Lento, maestoso. Era quello buono, se lo sentiva. Se fosse esploso quello sarebbe stato il bambino più felice del mondo, senza dubbio!
"Esplodi esplodi esplodi esplodi". Riusciva persino a vedere il riflesso del sole sulla lamiera dell'aereo. Nitidissimo. Pensava che quegli occhiali tutto sommato erano una grande idea. Un riflesso lento viaggiava dal muso verso la coda del boeing. Giunto alla coda sarebbe esploso in mille pezzi. Questo voleva il bambino ed è ancora convinto che tutto ciò sarebbe accaduto se solo il pallone non gli avesse fatto cadere gli occhiali in terra.
"Non ti sei fatto male, vero?", gli urlò uno dei ragazzini.
"No" rispose mentre in fretta raccoglieva gli occhiali da terra per non perdersi quello che sperava fosse l'ultimo volo del boeing.
Fece in tempo a vedere la coda dell'aereo sparire dietro il palazzo di destra.
Se fosse stato all'ottavo piano dell'albergo, pensava, le cose sarebbero andate diversamente...
Da principio ce lo portava la madre. Quando era troppo piccolo per andarci da solo s'intende. Le sue giornate erano sempre uguali. non amava giocare con gli altri bambini, che pure lo invitavano ad unirsi a loro. Gli piaceva stare con la madre, sulla panchina. A farle domande su questa o quell'altra cosa che lo incuriosiva.
Arrivato il momento più adatto per andarci da solo, il piccolo non si cimentava in nuovi passatempi. Gli bastava sedersi su una panchina, sempre la stessa, per essere tranquillo e sereno.
Ciò che vedeva dalla sua panchina, perchè ormai la considerava di sua proprietà, era sempre lo stesso scorcio di città. Due palazzi non troppo alti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Quest'ultimo era un albergo di lusso e segretamente il piccolo moriva dalla voglia di andare a passare qualche giorno lì dentro, da solo. La sua stanzetta era molto piccola, quindi si può comprendere quanto attraente fosse per lui l'idea di passare una notte in una stanza enorme, all'ottavo piano magari, dove poter saltare sul letto e giocare senza doversi preoccupare degli strilli della madre.
I due palazzi erano un po'distanti tra loro e in mezzo lasciavano spazio ad un pezzo di cielo in mezzo al quale passava una serie infinita di aeroplani. Un traffico comprensibile vista la vicinanza con l'aeroporto nazionale. Quegli aerei instillavano in lui una gioia incredibile. La tipica gioia del sognatore...
Più che gioia è definibile come "infinita voglia di esser lì tanto da credere di esserci". Lo so, è una definizione piuttosto lunga ma non me ne viene una più sintetica. Passava ore a guardarli volare. Uno dietro l'altro. Si chiedeva come fosse possibile che seguissero tutti la stessa identica traiettoria, come se fossero posati su binari invisibili. La cosa lo affascinava e allo stesso tempo annoiava anche. Per questo cominciò a fantasticare sulla possibilità che quegli aerei potessero esplodere. Non era un'idea nata dal nulla, sia chiaro. Questo avrebbe fatto di lui un piccolo malato di mente altrimenti. È sbocciata questa fantasia nel suo cervello dopo aver sentito al tg la notizia di un concorde esploso in volo sulla tratta parigi-new york. Aveva appreso anche che i primi e gli ultimi 5 minuti di volo sono quelli più pericolosi, quindi non gli sembrava poi così lontana l'idea che uno di quegli aerei che vedeva ogni giorno al parco potesse effettivamente esplodere. Da quel momento in poi non staccava gli occhi da ogni singolo aereo che passava per quel breve tratto di cielo visibile.
"Esplodi esplodi esplodi esplodi", ripeteva a se stesso. Era un modo per concentrarsi. Che disgrazia sarebbe stata se si fosse perso l'esplosione, distratto da qualcosa. Una frazione di secondo di disattenzione voleva dire rischiare di perdere un evento irripetibile e questo lui non se lo sarebbe mai perdonato.
Capitò che cominciò ad avere problemi guardando gli aerei. Li vedeva male. Gli sembravano meno definiti. Con i bordi offuscati quasi. Dovette comprarsi gli occhiali. Non ne era entusiasta ma la madre riuscì a convincerlo.
Come sempre al parco, vicino a lui giocavano a pallone i suoi amici di sempre. Quelli che anni prima cercavano di coinvolgerlo nelle loro attività ludiche senza riuscirci. Il tempo insegna e quindi ora nemmeno ci provavano più. Si limitavano a salutarlo. A volte a chiedergli come procedesse la sua giovane vita. Ma non di più perchè più di quello non potevano ottenere. Erano mesi che il bambino guardava in cielo, fissando con attenzione ogni aereo che passava. Nessuno di questi era mai esploso e nessuno aveva mai evitato il suo sguardo.
Gli altri bambini, vedendolo con degli occhiali sul volto non si fecero scappare l'occasione di prenderlo bonariamente in giro. Con una certa freddezza, quasi come a dire "dobbiamo prenderti in giro perchè hai gli occhiali nuovi, è il dovere di ogni bambino, ma non è che ci entusiasmi molto farlo".
Infatti il bambino non dava molta soddisfazione agli altri. Ascoltava disinteressato e non reagiva.
Gli aerei continuavano a passare. A lui piacevano molto quelli grandi, i boeing. Erano quelli che pareva andassero più lenti e pensava che se fosse esploso uno di quelli avrebbe fatto un botto ben più grande del concorde della tv. Ed eccolo li. Un boeing bellissimo tutto colorato che attraversa il pezzo di cielo tra l'albergo e l'altro palazzo. Lento, maestoso. Era quello buono, se lo sentiva. Se fosse esploso quello sarebbe stato il bambino più felice del mondo, senza dubbio!
"Esplodi esplodi esplodi esplodi". Riusciva persino a vedere il riflesso del sole sulla lamiera dell'aereo. Nitidissimo. Pensava che quegli occhiali tutto sommato erano una grande idea. Un riflesso lento viaggiava dal muso verso la coda del boeing. Giunto alla coda sarebbe esploso in mille pezzi. Questo voleva il bambino ed è ancora convinto che tutto ciò sarebbe accaduto se solo il pallone non gli avesse fatto cadere gli occhiali in terra.
"Non ti sei fatto male, vero?", gli urlò uno dei ragazzini.
"No" rispose mentre in fretta raccoglieva gli occhiali da terra per non perdersi quello che sperava fosse l'ultimo volo del boeing.
Fece in tempo a vedere la coda dell'aereo sparire dietro il palazzo di destra.
Se fosse stato all'ottavo piano dell'albergo, pensava, le cose sarebbero andate diversamente...
lunedì 29 giugno 2009
L'amore e il cibo
a me personalmente capita che quando sento una cosa, un concetto espresso da qualcun altro, con cui non sono d'accordo non ne capisco subito il perchè. Ci vogliono giorni di digestione, di assimilazione, il concetto diventa bolo, ne assorbo i grassi, le proteine e le vitamine per poi espellerlo nella tazza del cesso dove finalmente, spesso troppo tardi, capisco il motivo del mio disaccordo.
Nel caso specifico a me ha sempre dato un profondo fastidio sentire due persone dello stesso sesso parlare della relazione e del tradimento usando la metafora culinaria. L'evergreen di questi discorsi è
..."ma poi è normale, quando mangi sempre cotoletta poi vuoi cambiare, è ovvio no?"...
E certo, quando mi ritrovavo a sentire queste frasi non potevo dire di essere in disaccordo con esse. Il ragionamento fila. "Anche io", dicevo tra me e me, "adoro l'omelette. Ma dopo un mese di omelette mi stufo, devo mangiare altro". E così mi ritrovavo a dare ragione a quei tipi nonostante avessi, però, una sensazione di profondo fastidio nei loro confronti.
E stasera ci sono arrivato. Complice un concerto molto intimo. Complici anche i piatti da lavare, forse, ho capito perchè non sono d'accordo con quella frase.
Non si può paragonare l'amore, una relazione di coppia, al cibo. Una donna non è un'omelette che mangi tutti i giorni. L'omelette non è l'amore ma il tradimento. Il cibo è tradimento. Continuo. Istintivo. Carnale. Che si consuma subito. Veloce. Primo secondo terzocaffèdolceamaro. Una cena di mezz'ora, di grande abbuffata senza fine. Di quelle che ti gonfiano fino a farti respirare a fatica perchè lo stomaco comincia a premere contro il diaframma impedendone il movimento. Una goduriosa consumazione carnale che elimina momentaneamente ogni pensiero e ti fa sfogare, fine a se stesso.
Che poi ti lascia lì, ansimante, senza energie, goffo nei movimenti...
e con i piatti da lavare alla fine.
Nel caso specifico a me ha sempre dato un profondo fastidio sentire due persone dello stesso sesso parlare della relazione e del tradimento usando la metafora culinaria. L'evergreen di questi discorsi è
..."ma poi è normale, quando mangi sempre cotoletta poi vuoi cambiare, è ovvio no?"...
E certo, quando mi ritrovavo a sentire queste frasi non potevo dire di essere in disaccordo con esse. Il ragionamento fila. "Anche io", dicevo tra me e me, "adoro l'omelette. Ma dopo un mese di omelette mi stufo, devo mangiare altro". E così mi ritrovavo a dare ragione a quei tipi nonostante avessi, però, una sensazione di profondo fastidio nei loro confronti.
E stasera ci sono arrivato. Complice un concerto molto intimo. Complici anche i piatti da lavare, forse, ho capito perchè non sono d'accordo con quella frase.
Non si può paragonare l'amore, una relazione di coppia, al cibo. Una donna non è un'omelette che mangi tutti i giorni. L'omelette non è l'amore ma il tradimento. Il cibo è tradimento. Continuo. Istintivo. Carnale. Che si consuma subito. Veloce. Primo secondo terzocaffèdolceamaro. Una cena di mezz'ora, di grande abbuffata senza fine. Di quelle che ti gonfiano fino a farti respirare a fatica perchè lo stomaco comincia a premere contro il diaframma impedendone il movimento. Una goduriosa consumazione carnale che elimina momentaneamente ogni pensiero e ti fa sfogare, fine a se stesso.
Che poi ti lascia lì, ansimante, senza energie, goffo nei movimenti...
e con i piatti da lavare alla fine.
domenica 28 giugno 2009
sabato 27 giugno 2009
QUANTO BRUTTI SIAMO
"Quanto brutti siamo" è una rubrica con lo scopo di far vedere quanto brutti siamo noi popolo italico.
Il mezzo sono le foto. Un giorno mi piacerebbe farne un libro...ma per ora partiamo con un blog. Foto di gente che fa qualcosa di sgradevole, di nevrotico...di brutto. E raccontarle a mo' di romanzo breve. Piccole cose eh? Non parlo di omicidi o spaccio di droga. Parlo delle piccole inettitudini. Dei piccoli comportamenti scorretti, nevrotici, antipatici che rendono brutto il nostro popolo.
Perchè la bell'italia non c'è più.
Il mezzo sono le foto. Un giorno mi piacerebbe farne un libro...ma per ora partiamo con un blog. Foto di gente che fa qualcosa di sgradevole, di nevrotico...di brutto. E raccontarle a mo' di romanzo breve. Piccole cose eh? Non parlo di omicidi o spaccio di droga. Parlo delle piccole inettitudini. Dei piccoli comportamenti scorretti, nevrotici, antipatici che rendono brutto il nostro popolo.
Perchè la bell'italia non c'è più.
PROSSIMO EPISODIO: "LA DONNA AI DENTI D'ARGENTO"
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