martedì 21 luglio 2009

È l'alba.

È l'alba a varese. Il divano del mio amico sarebbe pure comodo se dentro il mio corpo non ci fossero degli spigoli troppo accuminati che non mi fanno dormire.
Sta salendo il sole. Mi sento sempre un po'in colpa quando vedo sorgere il sole. Dev'essere una reminiscenza del passato o forse il fatto che so che il mio corpo anche questa notte non riposerà adeguatamente. Ma del passato e del corpo non mi interessa tanto da sentirmi in colpa quindi non so.
Il sole sorge ancora di più a varese. Fra poco mi darà fastidio.
E il Sonno forse arriva. Con calma certo, mica ho fretta.
Sonno, arriva con calma per favore. Io intanto penso. Ho talmente tante cose a cui pensare...ma non le dico, potrebbero suonarvi tutte stupide...

Capirete...forse. Pace, altrimenti.

Tu intanto, Sonno, dammi altri dieci minuti se puoi.

non sempre se mi spari al culo escono coriandoli

...

venerdì 10 luglio 2009

Non ti sei fatto male, vero?

Questa è la storia di un bambino che andava sempre al parco. Ogni giorno.
Da principio ce lo portava la madre. Quando era troppo piccolo per andarci da solo s'intende. Le sue giornate erano sempre uguali. non amava giocare con gli altri bambini, che pure lo invitavano ad unirsi a loro. Gli piaceva stare con la madre, sulla panchina. A farle domande su questa o quell'altra cosa che lo incuriosiva.
Arrivato il momento più adatto per andarci da solo, il piccolo non si cimentava in nuovi passatempi. Gli bastava sedersi su una panchina, sempre la stessa, per essere tranquillo e sereno.
Ciò che vedeva dalla sua panchina, perchè ormai la considerava di sua proprietà, era sempre lo stesso scorcio di città. Due palazzi non troppo alti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Quest'ultimo era un albergo di lusso e segretamente il piccolo moriva dalla voglia di andare a passare qualche giorno lì dentro, da solo. La sua stanzetta era molto piccola, quindi si può comprendere quanto attraente fosse per lui l'idea di passare una notte in una stanza enorme, all'ottavo piano magari, dove poter saltare sul letto e giocare senza doversi preoccupare degli strilli della madre.
I due palazzi erano un po'distanti tra loro e in mezzo lasciavano spazio ad un pezzo di cielo in mezzo al quale passava una serie infinita di aeroplani. Un traffico comprensibile vista la vicinanza con l'aeroporto nazionale. Quegli aerei instillavano in lui una gioia incredibile. La tipica gioia del sognatore...
Più che gioia è definibile come "infinita voglia di esser lì tanto da credere di esserci". Lo so, è una definizione piuttosto lunga ma non me ne viene una più sintetica. Passava ore a guardarli volare. Uno dietro l'altro. Si chiedeva come fosse possibile che seguissero tutti la stessa identica traiettoria, come se fossero posati su binari invisibili. La cosa lo affascinava e allo stesso tempo annoiava anche. Per questo cominciò a fantasticare sulla possibilità che quegli aerei potessero esplodere. Non era un'idea nata dal nulla, sia chiaro. Questo avrebbe fatto di lui un piccolo malato di mente altrimenti. È sbocciata questa fantasia nel suo cervello dopo aver sentito al tg la notizia di un concorde esploso in volo sulla tratta parigi-new york. Aveva appreso anche che i primi e gli ultimi 5 minuti di volo sono quelli più pericolosi, quindi non gli sembrava poi così lontana l'idea che uno di quegli aerei che vedeva ogni giorno al parco potesse effettivamente esplodere. Da quel momento in poi non staccava gli occhi da ogni singolo aereo che passava per quel breve tratto di cielo visibile.
"Esplodi esplodi esplodi esplodi", ripeteva a se stesso. Era un modo per concentrarsi. Che disgrazia sarebbe stata se si fosse perso l'esplosione, distratto da qualcosa. Una frazione di secondo di disattenzione voleva dire rischiare di perdere un evento irripetibile e questo lui non se lo sarebbe mai perdonato.
Capitò che cominciò ad avere problemi guardando gli aerei. Li vedeva male. Gli sembravano meno definiti. Con i bordi offuscati quasi. Dovette comprarsi gli occhiali. Non ne era entusiasta ma la madre riuscì a convincerlo.
Come sempre al parco, vicino a lui giocavano a pallone i suoi amici di sempre. Quelli che anni prima cercavano di coinvolgerlo nelle loro attività ludiche senza riuscirci. Il tempo insegna e quindi ora nemmeno ci provavano più. Si limitavano a salutarlo. A volte a chiedergli come procedesse la sua giovane vita. Ma non di più perchè più di quello non potevano ottenere. Erano mesi che il bambino guardava in cielo, fissando con attenzione ogni aereo che passava. Nessuno di questi era mai esploso e nessuno aveva mai evitato il suo sguardo.
Gli altri bambini, vedendolo con degli occhiali sul volto non si fecero scappare l'occasione di prenderlo bonariamente in giro. Con una certa freddezza, quasi come a dire "dobbiamo prenderti in giro perchè hai gli occhiali nuovi, è il dovere di ogni bambino, ma non è che ci entusiasmi molto farlo".
Infatti il bambino non dava molta soddisfazione agli altri. Ascoltava disinteressato e non reagiva.
Gli aerei continuavano a passare. A lui piacevano molto quelli grandi, i boeing. Erano quelli che pareva andassero più lenti e pensava che se fosse esploso uno di quelli avrebbe fatto un botto ben più grande del concorde della tv. Ed eccolo li. Un boeing bellissimo tutto colorato che attraversa il pezzo di cielo tra l'albergo e l'altro palazzo. Lento, maestoso. Era quello buono, se lo sentiva. Se fosse esploso quello sarebbe stato il bambino più felice del mondo, senza dubbio!
"Esplodi esplodi esplodi esplodi". Riusciva persino a vedere il riflesso del sole sulla lamiera dell'aereo. Nitidissimo. Pensava che quegli occhiali tutto sommato erano una grande idea. Un riflesso lento viaggiava dal muso verso la coda del boeing. Giunto alla coda sarebbe esploso in mille pezzi. Questo voleva il bambino ed è ancora convinto che tutto ciò sarebbe accaduto se solo il pallone non gli avesse fatto cadere gli occhiali in terra.
"Non ti sei fatto male, vero?", gli urlò uno dei ragazzini.
"No" rispose mentre in fretta raccoglieva gli occhiali da terra per non perdersi quello che sperava fosse l'ultimo volo del boeing.
Fece in tempo a vedere la coda dell'aereo sparire dietro il palazzo di destra.
Se fosse stato all'ottavo piano dell'albergo, pensava, le cose sarebbero andate diversamente...