prima di tutto odio le persone che a tutti i costi devono scoprire e far scoprire agli altri i nuovi talenti ancora sconosciuti. e imporli quando nemmeno loro sanno stare al mondo.
ma con questo pensiero già divago troppo. è che sono un po' nervoso oggi e quindi un qualcuno generico lo devo mandare a fanculo prima di chiudere gli occhi e sprofondare volgarmente in un sonno violento.
comunque sta storia dell'ospedale, lo ribadisco a distanza di ben tre righe, mi sta facendo pensare molto. mi sta dando talmente tanti spunti per il blog che non scrivo nemmeno un articolo.
ho il cervello talmente intasato che non scarica nulla e va in palla.
una cosa però la ricordo. che l'altro giorno, sabato, sono tornato a padova e sono andato a trovare mio papà in ospedale. così sembra semplice ma in realtà dalla stazione all'ospedale ci ho messo ben due ore. causa pranzo di sushi in solitaria e pioggia torrenziale degna di Juiz de Fora che mi ha costretto per ben un'ora sotto una tettoia della fiera di padova. un'ora. a guardare la pioggia. bello per i primi 10 minuti, il tempo di una sigaretta pacifica post pranzo ma poi bestemmi tutti i santi.
fatto sta che dopo due ore sono arrivato all'ospedale...fradicio comunque, perché non aveva smesso di piovere.
ora per chi non lo sapesse io ogni fine settimana o quasi vado all'ospedale. e nel reparto in cui devo andare io bisogna bardarsi da capo a piedi. camice, retina per i capelli, mascherina e copri scarpe (le scarpe bagnate dentro al copri scarpe non vi dico che effetto fanno, ndr).
bisogna comunque bardarsi tutti. rimangono visibili solo gli occhi e gli zigomi, se tieni la mascherina un po' larga. dopo essermi vestito incrocio nel corridoio un ragazzo. sebbene sia bardato completamente ha un viso familiare. l'ho già visto. è il figlio di uno che era stato compagno di stanza di mio padre. poi l'hanno spostato.
e insomma, l'ho sempre visto bardato, quindi l'ho riconosciuto. gli ho stretto la mano. lui ha riconosciuto me e mi ha chiesto come stessi. anche io ero già bardato dalla testa ai piedi.
poi è tornato nella stanza del padre e io sono andato verso quella del mio. questo giro è in fondo, nell'ultima stanza. e mentre arrivavo alla porta ho pensato che se lo avessi incontrato fuori da quel corridoio, senza bardature varie, forse non l'avrei nemmeno riconosciuto, quel ragazzo.
ecco perché secondo me la gente, prima di dire che le donne musulmane non possono indossare il niqab o il burqa, dovrebbero passare sei mesi nel reparto di ematologia a padova, e capire che se uno vuole farsi saltare in aria lo fa anche (e soprattutto) a viso scoperto.
notte.
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